Basteranno le fiaccole a salvarci dall’omofobia?
La ventata omofobica che sta investendo l’Italia è ormai un’evidenza, ma altrettanto evidente è la reazione scomposta e disorganica del movimento lgbt davanti a questo allarme. I fatti gravi di Roma, ma anche le numerose aggressioni nel resto d’Italia, anzichè concentrare l’azione delle associazioni l’ha dispersa in una miriade di comunicati stampa di solidarietà, ciascuno rivolto all’aggredito più “prossimo”, politicamente o geograficamente. L’estrema frammentazione del movimento lgbt in Italia non era certo una novità, anzi la chiamerei piuttosto un motivo ricorrente che di tanto in tanto satura il dibattito mettendo in stand-by lacune ed emergenze che riguardano le nostre istanze in questo Paese. In Italia, insomma, siamo abituati a vedere il Pride delle bionde e quello delle more, a caratterizzare, cioè, il nostro manifestare in maniera – paradossalmente – pregiudiziale, dimostrandoci più bravi a mostrare i nostri loghi che a formulare delle richieste. Il risultato, in questi giorni di emergenza, è un’inflazione di fiaccolate, convocate ognuna in un luogo e un’ora diversi e soprattutto rivendicate ciascuna da soggetti diversi del cosiddetto movimento. In più c’è la politica, quella che parla senza fare (e in questo caso pure loro convocano una fiaccolata), ma soprattutto quella che è ormai presenza fissa nei luoghi di intrattenimento gay, dove si va per parlare e per raccogliere voti, è evidente, perchè leggi e provvedimenti da che mondo è mondo non si fanno di certo in discoteca. Ma poi, si sa, il politici sono quelli che al momento giusto risolvono il problema – un’autorizzazione o una licenza, chiaramente – quindi guai a negargli il bagno di folla o la visita al capezzale del gay pestato. In questo oceano di parole a vanvera, però, va tenuta presente una cosa: in Italia non sono in discussione leggi sulle unioni civili e per quanto riguarda l’omofobia il progetto di legge di Paola Concia non sembra incluso nell’agenda politica di questo Parlamento.
Il movimento Lgbt, così come lo vediamo adesso, manca di messaggi, linguaggi, strategie. Gli operai si arrampicano sulle gru, i detenuti fanno lo sciopero della fame, i gay – i 100 che abitano nella stessa via dell’ultimo aggredito, perchè quelli del Comune accanto già se ne fregano – accendono una candela. Che in altri tempi sarebbe un gesto simbolico importante, ma che oggi, tra botte e puttane, passa assolutamente inosservato. Un tempo la disobbedienza civile era una pratica politica tra le più efficaci, oggi disobbedire è peccato mortale, tanto a destra quanto a sinistra.
Infine: in Italia non credo ci sia un problema “omofobia”, direi piuttosto che c’è un problema di “democrazia” e “diritti civili” che include l’omofobia ma che comprende anche tutti gli altri fatti gravi – dal razzismo agli attacchi alla libertà di stampa – con i quali il nostro Paese si sta connotando. Dirlo pare una banalità, ma in questo stesso blog troverete commenti di gente che è disposta a dare ai gay e non ai rom, ad esempio. E senza guardare oltreconfine, scorrendo i comunicati stampa di Arcigay noterete anche come l’associazione da tempo si è scrollata di dosso le istanze dei transessuali: le violenze che loro subiscono ogni giorno ci hanno consegnato il triste primato europeo della transfobia. Ma chiedete alle trans quante volte i presidenti di provincia o i candidati alle segreterie di partito sono andati a trovarle durante la loro convalescenza, oppure più semplicemente contate i comunicati di solidarietà delle associazioni gay.
Detto questo per me possiamo anche riempirci di fiaccole e andare a manifestare. Magari proprio sventolando una bandiera con la faccia di Martin Luther King, così forse qualcuno per sbaglio si accorge che era nero.
P.s. Il 4 settembre sono in programma due manifestazione, una a Roma e una a Bologna.
Fonte:
http://omoios.blogosfere.it/2009/08/la-ventata-omofobica-che-sta.html
Cara Antonia, hai ragione! Come darti torto? La tua giusta critica e stigmatizzazione di una situazione, cosa pone e propone come alternativa? Si, perché questo è il vero problema della realtà GLBTQI ecc. il fatto che non si riesce a sviluppare una proposta, per questo ci si inchioda su questioni, per quanto importanti, secondarie sul piano dei diritti. La retorica abbonda su ogni piano, e la critica e la sottolineatura diventa un qualcosa di pragmaticamente assorbito. E’ altrettanto vero che questo non è un luogo dove porre proposte, dove esporre progetti, dove pianificare un qualsiasi cosa sia possibile, se non quello di un appello così come tu fai e che io sintetizzo nell’appello a ritrovare la coesione e l’unità di intenti sul piano locale che nazionale, in termini fattivi di visione delle reali esigenze.
Darianna
2 set 09 at 20:44